Beyoncé.

Oggi è il giorno in cui un po’ tutto si divide in due parti.

Sui social network sono presenti in egual misura i post di chi fa gli auguri alle principesse o alle Donne con la “d” maiuscola che sono diverse da quelle con la “d” minuscola e di chi insiste sull’inutilità di questa giornata, che tanto dovremmo essere festeggiate tutti i giorni.

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In questa divisione, non sono certa di dove si collochi il tweet, prontamente cancellato, dell’ex ministro Bray. Il dibattito è aperto.

La programmazione televisiva di stasera, invece, ci offrirà prevalentemente due tipi di prodotti: storie drammatiche di donne forti o commedie romantiche (e no, nessuno dei canali in chiaro ha avuto la brillante idea di infilare nel palinsesto una delle innumerevoli rom-com con Matthew McConaughey fresco di Oscar, ma in compenso Sky Cinema trasmetterà Magic Mike).

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Mi hanno detto che è un film di forte denuncia sociale. Io ci credo.

Insomma, il comportamento dei media – social e non – in uno dei giorni più problematici dell’anno dal punto di vista mediatico, rimane immutato, probabilmente perché la mentalità dominante di chi produce è fossilizzata in frames che nel 2014 dovrebbero essere considerati superati ma che non lo sono affatto, soprattutto in Italia.

Una donna che sta mandando in cortocircuito questo sistema mediatico conservatore è Beyoncé. Oltre ad essere una delle personalità più influenti nel panorama musicale internazionale, Mrs. Knowles-Carter è un perfetto esempio di femminista del XXI secolo: cominciando a costruire il suo personaggio di donna indipendente ed emancipata fin dai tempi delle Destiny’s Child, Beyoncé non ha mai provato vergogna a mostrare e usare il proprio corpo come strumento per raggiungere la fama, semplicemente perché è frutto – come la sua splendida voce – del duro lavoro e dell’impegno, e non c’è nulla di degradante in tutto questo. Una donna forte e determinata, ma che una volta sposata e diventata madre non smette di essere sensuale e desiderabile, anzi, racconta dell’amore per suo marito fino ad arrivare ai dettagli più espliciti in brani come Drunk In Love Partition, contenuti nel suo ultimo album.

Comprenderete, a questo punto, la confusione di gran parte dei media di fronte a quello che ai loro occhi deve sembrare una contraddizione mostruosa: una donna che rivendica la sua sessualità pur dichiarando la più completa devozione al marito? Addirittura dopo aver avuto una figlia? Impossibile. Le “nostre” sono Donne, madri in odore di santità e principesse pudiche, o donne, figure promiscue e peccatrici. Detto così, sembra che solo un fanatico religioso o una persona di strette vedute possa pensarla in questo modo, e invece questo messaggio è presente – seppur spesso in modo implicito – in tantissimi, troppi, discorsi riguardanti il genere femminile, sia nei contenuti perpetrati dai media tradizionali che in quelli user-generated.

Non si spiegherebbe altrimenti la decisione di Striscia La Notizia di inserire il video di Partition nella classifica I Nuovi Mostri. Sembra un esempio banale (probabilmente l’hanno fatto solamente per far vedere un po’ di culi in prima serata), ma a mio avviso dimostra perfettamente il cortocircuito a cui mi riferivo prima: un canale che ha fatto dell’oggettificazione del corpo femminile un’emblema, si prende gioco di Beyoncé perché ad una moglie e madre non si addice quel ruolo.

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Eppure, il video di Partition è meno esplicito e di gran lunga meno volgare di quello di Blurred Lines di Robin Thicke, ma nel nostro Paese quest’ultimo ha suscitato meno polemiche probabilmente perché le donne venivano rappresentate come assoggettate e quindi domabili, come si evince anche mettendo a confronto i due testi: il primo contiene addirittura una citazione in francese ispirata a Il Grande Lebowski  (“Les hommes pensent que les féministes détestent le sexe mais c’est une activité très stimulante et naturelle que les femmes adorent”), mentre il secondo è una sorta di inno allo stupro.

In un Paese di dolcemente complicate che hanno continuamente bisogno di affermare che oltre le gambe c’è di più per non sentirsi sminuite, l’offerta di modelli alternativi da parte dei media e un cambiamento progressivo ma radicale nel linguaggio con il quale vengono trattati certi argomenti, potrebbero aiutare la “questione femminile” più di mille campagne di sensibilizzazione.

P.S. Ho già scritto di questioni di genere e del trattamento della donna nei media qui e qui.

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