#25N: una riflessione.

Rape-culture-pic

Oggi è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, e come tutte le giornate dedicate alla sensibilizzazione sui problemi della nostra società – in mezzo ai dovuti omaggi ed eventi a tema – c’è sempre la solita gara di retorica e banalità che, specialmente quando si parla di violenza sulle donne o più in generale del ruolo della donna nella società, rasenta il limite della sopportazione.

Partiamo dal nuovo termine coniato ad hoc per trattare tutte le notizie riguardanti gli omicidi di donne da parte dei “loro” uomini, femminicidio: non è una parola portatrice di ambiguità in sé, ma ambiguo e pericoloso è il modo in cui viene talvolta utilizzata dai media, e cioè come se fosse il nome di una malattia. “Guerra totale al femminicidio”, “Il femminicidio ha fatto centoventotto vittime dall’inizio dell’anno”, come se si stesse parlando di un virus da debellare. Le frasi sono sicuramente d’impatto e mediaticamente efficaci, ma così si rischia di spersonalizzare l’atto dell’omicidio, di omologare le vittime annullando la loro storia personale e, soprattutto, di discolpare i veri, unici colpevoli: quegli uomini che le hanno ammazzate.

Questa retorica dannosa si nota nella maggior parte delle campagne mediatiche contro la violenza sulle donne: il messaggio si rivolge unicamente a queste ultime, come se fosse un fatto che riguardasse solo noi donne, ed è solo la donna che deve reagire, deve difendersi, deve denunciare, non deve nascondersi. L’uomo che picchia non ha doveri, egli non è un essere razionale ma un animale dominato dai suoi istinti, e nessuno può farci niente. Negli spot e nei manifesti pubblicitari le donne sono rappresentate rannicchiate in un angolo, impotenti, fragili ed in balia di una forza incontrollabile, quella dell’uomo quasi sempre rappresentato di spalle o mai inquadrato.

Un esempio di questo tipo di campagne è il manifesto realizzato dall’Assessorato alle Pari Opportunità della Regione Liguria, ma anche l’infelice frase twittata oggi dall’account ufficiale del Partito Democratico. Senza dubbio, sono tutte iniziative realizzate con le migliori intenzioni, ma che mettono in evidenza come ci sia fortemente bisogno di un cambio di paradigma nel linguaggio utilizzato dai media per parlare di violenza di genere, in tutte le sue declinazioni.

Un altro tema caldo quando si parla di questioni di genere è il ruolo della donna nella società.
Da tempo mi chiedo perché in Italia ancora non si parli di rape culture o di slut-shaming, ma poi mi ricordo che il dibattito “femminista” nel nostro Paese è monopolio delle senonoraquandiste.

A questo proposito, un ulteriore problema è la rappresentazione della donna nei media (ne accennai quando scrissi del caso Miss Italia): la questione non è che i media dovrebbero smettere di mostrare donne svestite o in atteggiamenti provocatori, ma dovrebbero offrire una pluralità di modelli, non i soliti due – o colta/buona e casta, o stupida/perfida e puttana.

In conclusione, in Italia serve un serio dibattito sulle questioni di genere, nonché un’educazione al rispetto reciproco che includa soprattutto gli uomini. Questi sono provvedimenti che non possono essere contenuti in alcun disegno di legge, quindi è inutile scaricare la colpa sul (qualsiasi) governo e, viceversa, il governo non si può nascondere dietro leggi perlopiù di facciata senza ammettere che il problema è soprattutto di natura culturale e comunicativa.

Per approfondire:

  • NarrAzioni Differenti, blog che si occupa di questioni di genere e (soprattutto) di analisi dei linguaggi mediali inerenti ad esse.
  • Stop Troiofobia, una pagina Facebook nata su iniziativa dello stesso blog sopracitato, nonché l’unica fonte italiana (di cui sia a conoscenza) che tratti di slut-shaming rape culture.
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