Il mio Sì, il giorno dopo

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Negli ultimi mesi mi sono confrontata con persone che credevano di stare per entrare in una dittatura, che condividevano articoli in difesa della democrazia fra una notizia falsa su Putin e un elogio a Fidel Castro, che avrebbero votato solamente per mandare a casa un governo “non eletto dal popolo”, dimostrando di non conoscere la Costituzione che così ardentemente credevano di difendere; mi sono confrontata anche con persone che hanno votato in maniera ponderata e informata, che mettevano in luce i difetti di una riforma e di un referendum dalle indubbie connotazioni politiche; mi sono confrontata con molti indecisi che, nel caos della propaganda, non riuscivano a capire i pro e i contro dei due schieramenti, ma che si dimostravano (alcuni per la prima volta) genuinamente interessati ad avere un ruolo attivo nelle scelte sul futuro del proprio Paese. Forse non mi sono esposta abbastanza, soprattutto sui social network dove i confronti civili sono un’utopia, un po’ perché nemmeno io ero convinta al 100% della riforma, un po’ perché – chiamatela deformazione professionale – ero critica sulle strategie di comunicazione adottate dal fronte del sì. Adesso, però, mi pento di non essermi messa maggiormente in gioco, non per la presunzione di aver potuto fare una differenza, ma perché leggo lo stesso pentimento nelle parole e negli atteggiamenti di quei sostenitori del sì che, forse per evitare gli attacchi continui a cui vengono sottoposti i filo-renziani e chiunque non pensi male dell’ormai defunto governo, sono rimasti in silenzio. Continue reading

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Mo Basta

A chi scambia i diritti per opinioni

A chi dice di difendersi dal pensiero unico imponendo il proprio

Al benaltrista

A chi crede che possa esistere libertà economica senza libertà individuale, e viceversa

A chi si crede detentore di Verità Assolute

A chi si definisce cristiano, e poi invoca la pena di morte o la legge del taglione

A chi cerca sempre un nemico

A chi crede che la coerenza sia un valore, e cambiare idea un peccato mortale

A me viene da dire solo

Mo basta

Pecché si tropp strunz pe’ parlà

Ridatemi le drag queen sui carri

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È partita in questi giorni la massiccia campagna di comunicazione di Onda Pride, il movimento che raccoglie e coordina le manifestazioni per i diritti LGBTQIA che quest’estate percorreranno tutta Italia. Una volta si chiamavano semplicemente “gay pride”, e ad accompagnarli c’era sempre una scia di polemiche legate al modo di manifestare, più una parata di carnevale che una marcia per i diritti.

Forse è per questo che, già da qualche anno a questa parte, il Pride sta cambiando volto, politicizzandosi sempre più e cercando così di essere più serio e inclusivo. Quest’anno diventa addirittura #Human, cancellando quasi del tutto i riferimenti palesi al mondo gay. È una buona mossa? A mio avviso no, e cercherò di spiegare perché.

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Costruzione mediatica di un leader

Matteo Salvini è indicato da molti come l’anti-Renzi, e non passa giorno in cui non si senta parlare di lui o non compaia in tv e (un po’ meno) sui giornali. Quasi ci si dimentica che la Lega Nord alle ultime elezioni europee ha preso il 6,16%. Perché, allora, la presenza mediatica del suo segretario è quasi pari a quella del Presidente del Consiglio? La mia risposta è che, in modo differente da qualsiasi altro personaggio politico italiano (e in seguito spiegherò perché), la leadership di Salvini nasce e si regge su una campagna mediatica estremamente efficace e pervasiva, che utilizza prevalentemente la televisione e i social network.

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Il non-programma del MoVimento 5 Stelle per l’Europa

Da mesi, a causa della mia eterna indecisione elettorale, frugo tra i programmi dei vari partiti candidati alle elezioni europee del prossimo 25 maggio, per capire se sia possibile scegliere solamente in base ad essi. Uno dei più convincenti e semplici (sia da trovare che da comprendere) è quello del Movimento 5 Stelle: infatti, mentre la maggior parte delle altre liste rimandano a programmi perlopiù chilometrici e quindi poco pratici, la strategia di Grillo&Casaleggio è quella di ridurre tutto a sette punti, ovvero sette proposte “concrete” da attuare una volta approdati al Parlamento Europeo. Da un punto di vista comunicativo, questo risulta molto efficace (meno di una settimana fa hanno anche lanciato uno spot, davvero ben fatto, che illustra i punti), ma se si guardano le proposte nel merito si scopre che di concreto e soprattutto di realizzabile c’è ben poco.

Siccome mi piace argomentare le mie posizioni, ho deciso di analizzare il programma del MoVimento, punto per punto. Continue reading

Madonna Madia

In questi giorni, la neo-ministra per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione Marianna Madia è finita al centro di innumerevoli polemiche riguardanti i rapporti di parentela che sarebbero stati determinanti nella sua carriera politica più del curriculum e delle sue capacità. In sua difesa, si potrebbe dire che non è stata la prima né sarà l’ultima raccomandata della storia, e ci si potrebbe interrogare sul motivo per il quale lo stesso trattamento non venga riservato ad altri ministri uomini chiaramente unfit per il loro ruolo (per fare un nome a caso, Franceschini alla Cultura ed al Turismo). Comunque, in teoria, una trentenne che ricopre un ruolo istituzionale così importante rappresenta un bel cambiamento. Ma davvero una giovane età anagrafica corrisponde ad una modernità delle idee e del modo di intendere la politica?

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#25N: una riflessione.

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Oggi è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, e come tutte le giornate dedicate alla sensibilizzazione sui problemi della nostra società – in mezzo ai dovuti omaggi ed eventi a tema – c’è sempre la solita gara di retorica e banalità che, specialmente quando si parla di violenza sulle donne o più in generale del ruolo della donna nella società, rasenta il limite della sopportazione.

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Italia, ultima chiamata.

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Di solito odio i toni apocalittici e i complottismi generalmente mi suscitano soltanto ilarità, ma alcune cose che stanno accadendo in queste settimane – ed in particolare i due eventi che hanno segnato la giornata di mercoledì 20 novembre – mi hanno messo un senso di inquietudine addosso, che non sembra diminuire con il passare dei giorni.

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Il dibattito politico in Italia non serve a niente.

Ci siamo abituati ad una concezione del dibattito politico fatto solo di slogan, di frasi urlate e poco ragionate, di estrema semplificazione della realtà, dove ognuno deve far valere la propria idea a tutti i costi e nessuno è disposto ad ascoltare le ragioni dell’altro. E questo non solo nei luoghi istituzionali, ma anche nelle chiacchiere da bar diventate chiacchiere sui social network.
Ci lamentiamo tanto dei politici ma alla fine utilizziamo il loro linguaggio ed i loro stessi strumenti per analizzare la realtà. E se loro sono giustificati ad usare la semplificazione e gli slogan al fine di convincere (anche se quest’uso dovrebbe essere limitato alla campagna elettorale), non c’è nessuna scusa per chi, da libero cittadino, si chiude nei propri schemi mentali e rifiuta di vedere la realtà in modo più complesso da come appare sui servizi dei talk show o sui link di Facebook.

I giornalisti, in questo campo, non sono più documentatori di fatti né tantomeno cercatori di verità, anzi, in questa semplificazione generalizzata ci sguazzano e talvolta alimentano la disinformazione perché tifano per una parte o per l’altra.

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Perché bisogna firmare i referendum Radicali, nonostante Berlusconi

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(Ansa)

La campagna referendaria dei Radicali è partita i primi di giugno ma, come spesso accade per le iniziative promosse dal partito di Marco Pannella, la copertura mediatica è stata minima, per non dire quasi inesistente.  Almeno fino ad oggi, quando Silvio Berlusconi si è recato al gazebo organizzato a Roma e presieduto dallo stesso Pannella per firmare tutti e dodici i quesiti referendari, sottolineando il suo pieno consenso solo su quelli riguardanti il tema della giustizia.

Come sempre quando c’è di mezzo l’ex premier, quest’avvenimento ha diviso l’opinione pubblica e polarizzato il dibattito e, anche se da un lato ha finalmente portato al centro dell’attenzione l’importante campagna per i referendum, dall’altro proprio l’ingombrante figura di Berlusconi rischia di danneggiare l’immagine della campagna stessa e di sminuire il contenuto dei quesiti.

Senza entrare nell’annoso dibattito di gaberiana memoria su cosa sia di destra e cosa di sinistra (anche se, a tal proposito, segnalo l’ottimo pezzo di Francesco Nicodemo pubblicato sul blog de L’Espresso), cercherò di spiegare perché le battaglie portate avanti dai Radicali sono sacrosante e meritano, se non pieno appoggio, almeno una riflessione libera da pregiudizi. Continue reading