Costruzione mediatica di un leader

Matteo Salvini è indicato da molti come l’anti-Renzi, e non passa giorno in cui non si senta parlare di lui o non compaia in tv e (un po’ meno) sui giornali. Quasi ci si dimentica che la Lega Nord alle ultime elezioni europee ha preso il 6,16%. Perché, allora, la presenza mediatica del suo segretario è quasi pari a quella del Presidente del Consiglio? La mia risposta è che, in modo differente da qualsiasi altro personaggio politico italiano (e in seguito spiegherò perché), la leadership di Salvini nasce e si regge su una campagna mediatica estremamente efficace e pervasiva, che utilizza prevalentemente la televisione e i social network.

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Il dibattito politico in Italia non serve a niente.

Ci siamo abituati ad una concezione del dibattito politico fatto solo di slogan, di frasi urlate e poco ragionate, di estrema semplificazione della realtà, dove ognuno deve far valere la propria idea a tutti i costi e nessuno è disposto ad ascoltare le ragioni dell’altro. E questo non solo nei luoghi istituzionali, ma anche nelle chiacchiere da bar diventate chiacchiere sui social network.
Ci lamentiamo tanto dei politici ma alla fine utilizziamo il loro linguaggio ed i loro stessi strumenti per analizzare la realtà. E se loro sono giustificati ad usare la semplificazione e gli slogan al fine di convincere (anche se quest’uso dovrebbe essere limitato alla campagna elettorale), non c’è nessuna scusa per chi, da libero cittadino, si chiude nei propri schemi mentali e rifiuta di vedere la realtà in modo più complesso da come appare sui servizi dei talk show o sui link di Facebook.

I giornalisti, in questo campo, non sono più documentatori di fatti né tantomeno cercatori di verità, anzi, in questa semplificazione generalizzata ci sguazzano e talvolta alimentano la disinformazione perché tifano per una parte o per l’altra.

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Perché bisogna firmare i referendum Radicali, nonostante Berlusconi

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(Ansa)

La campagna referendaria dei Radicali è partita i primi di giugno ma, come spesso accade per le iniziative promosse dal partito di Marco Pannella, la copertura mediatica è stata minima, per non dire quasi inesistente.  Almeno fino ad oggi, quando Silvio Berlusconi si è recato al gazebo organizzato a Roma e presieduto dallo stesso Pannella per firmare tutti e dodici i quesiti referendari, sottolineando il suo pieno consenso solo su quelli riguardanti il tema della giustizia.

Come sempre quando c’è di mezzo l’ex premier, quest’avvenimento ha diviso l’opinione pubblica e polarizzato il dibattito e, anche se da un lato ha finalmente portato al centro dell’attenzione l’importante campagna per i referendum, dall’altro proprio l’ingombrante figura di Berlusconi rischia di danneggiare l’immagine della campagna stessa e di sminuire il contenuto dei quesiti.

Senza entrare nell’annoso dibattito di gaberiana memoria su cosa sia di destra e cosa di sinistra (anche se, a tal proposito, segnalo l’ottimo pezzo di Francesco Nicodemo pubblicato sul blog de L’Espresso), cercherò di spiegare perché le battaglie portate avanti dai Radicali sono sacrosante e meritano, se non pieno appoggio, almeno una riflessione libera da pregiudizi. Continue reading