Il mio Sì, il giorno dopo

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Negli ultimi mesi mi sono confrontata con persone che credevano di stare per entrare in una dittatura, che condividevano articoli in difesa della democrazia fra una notizia falsa su Putin e un elogio a Fidel Castro, che avrebbero votato solamente per mandare a casa un governo “non eletto dal popolo”, dimostrando di non conoscere la Costituzione che così ardentemente credevano di difendere; mi sono confrontata anche con persone che hanno votato in maniera ponderata e informata, che mettevano in luce i difetti di una riforma e di un referendum dalle indubbie connotazioni politiche; mi sono confrontata con molti indecisi che, nel caos della propaganda, non riuscivano a capire i pro e i contro dei due schieramenti, ma che si dimostravano (alcuni per la prima volta) genuinamente interessati ad avere un ruolo attivo nelle scelte sul futuro del proprio Paese. Forse non mi sono esposta abbastanza, soprattutto sui social network dove i confronti civili sono un’utopia, un po’ perché nemmeno io ero convinta al 100% della riforma, un po’ perché – chiamatela deformazione professionale – ero critica sulle strategie di comunicazione adottate dal fronte del sì. Adesso, però, mi pento di non essermi messa maggiormente in gioco, non per la presunzione di aver potuto fare una differenza, ma perché leggo lo stesso pentimento nelle parole e negli atteggiamenti di quei sostenitori del sì che, forse per evitare gli attacchi continui a cui vengono sottoposti i filo-renziani e chiunque non pensi male dell’ormai defunto governo, sono rimasti in silenzio.

Io nel 2012 c’ero. Quando Renzi pronunciò il discorso della sconfitta alle primarie per il candidato premier del centrosinistra, discorso che ieri ha ripreso quasi nella sua interezza, io avevo creduto intensamente in quella battaglia, e ho sostenuto Renzi fino alla sua elezione a segretario del Pd. Poi, con quell’atteggiamento che distingue i “duri e puri”, quelli che non si vogliono compromettere sostenendo cose che deviano anche minimamente dalla propria visione del mondo (atteggiamento che mi aveva già portata a votare un partitino da 1% alle elezioni del 2013), non ho condiviso la sua scalata alla Presidenza del Consiglio, e da allora ho assunto un atteggiamento critico verso il suo governo. Di questo non mi pento, perché da osservatrice ribadisco i miei dubbi sulla politica dei bonus, sul “fertility day”, sull’arroganza contro l’opposizione, su certo populismo nell’approvare leggi, e infine sulla ridicola propaganda “anti-casta” adottata per il referendum. Ma da cittadina, non posso ritenermi delusa dell’operato di questo governo, che ha finalmente tentato di rinnovare il Sistema-Italia, che ha approvato leggi (tante leggi) che giudico perlopiù positive, e che – aldilà del merito – ha contribuito (insieme a forze d’opposizione come il M5S) a svecchiare culturalmente e anagraficamente i luoghi della politica.

Cosa accadrà adesso? Le ipotesi sono tante, da un poco probabile Renzi-bis a un più probabile “governo di scopo” a maggioranza Pd, fino all’assunzione di responsabilità delle forze eterogenee che hanno sostenuto il No (chiamarla accozzaglia alla luce delle reazioni di stanotte sembra meno offensivo), forze che però – in un modo o nell’altro – non sembrano disposte ad assumersi alcunché se non il merito della vittoria.

In tutto questo, sono quasi certa che rimpiangeremo questi ultimi due anni, che difficilmente si vedrà un governo riformatore nell’immediato futuro, che in un’ottica mondiale dominata dal populismo, chi si definisce moderato non avrà vita facile.

Che in questa stessa ottica in molti non si sono accorti di essere guidati da uno degli ultimi governi di impronta liberale esistenti nella scena europea (e azzarderei dire pure mondiale), e gli unici che se ne sono accorti sono coloro che a questo liberalismo sono contrari.

È stato bello, finché è durato.

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© Drew Dernavich for The New Yorker
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