Solitudine e sale da tè

Se c’è una cosa che non riesco a trovare in Sicilia è una vera sala da tè. All’estero mi basta andare in uno Starbucks qualsiasi per essere sicura di poter passare un paio d’orette indisturbata a sorseggiare una bevanda calda mentre leggo o scrivo. Anche in altri parti d’Italia ci si sta abituando a questo modello di locali tipicamente nord-europei, ma in Sicilia ancora no.

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Vista da uno Starbucks a Birmingham, 2012.

Forse è la pigrizia che mi impedisce di trovare una buona sala da tè a Catania o a Palermo, o forse è perché a me nei posti piace capitarci per caso. Come quella volta che, dopo una giornata di lezioni all’università, entrai per caso in un locale vicino alla stazione di Catania. Era un posticino accogliente, anomalo per la zona, con le pareti dipinte di giallo e rosa pastello, i tavolini di legno e una mensola colma di libri. Le torte fatte in casa erano esposte sopra dei vassoi colorati, e la selezione di tè, tutti rigorosamente in foglie, era molto varia e interessante. La tranquillità della sala era dovuta alla scarsità di clienti: oltre a me, c’era una ragazza tedesca che batteva freneticamente le dita sulla tastiera suo laptop, alternando sorsi di tè alla contemplazione dello (squallido) panorama che si poteva ammirare dalle ampie finestre. Ricordo che il cameriere, un tipo barbuto con occhiali dalla montatura spessa e un’aria da intellettuale, la interruppe chiedendole che cosa stesse scrivendo. “A novel”, rispose lei. Il cameriere le disse che anche lui aveva scritto un romanzo. Ovviamente.

Quell’incantesimo durò poco: già la seconda volta che decisi di entrare nella sala da tè l’atmosfera non era la stessa. C’erano dei clienti in più, un paio di studenti che scattavano selfie a ripetizione, una coppia di colleghi in pausa dal lavoro che parlavano ad alta voce, un garzone che aveva parcheggiato lo Scarabeo all’entrata del locale e faceva dentro-fuori in continuazione. Improvvisamente, i libri nella mensola sembravano di meno, le torte meno invitanti, i colori della carta da parati più accesi e il panorama esterno più invadente. Non rimasi nemmeno un’ora lì dentro.

Prevedibilmente, quella sala da tè chiuse poco dopo, sostituita dall’ennesima hamburgeria gourmet. Nonostante la seconda esperienza fosse stata meno soddisfacente della prima, ci rimasi male. Dopotutto, quel locale aveva un ottimo potenziale.

Non pensai più alla ricerca della perfetta sala da tè fino a quando non entrai per caso (stavolta però in comitiva) in una bakery alla moda situata nella Catania bene. Dovemmo addirittura aspettare cinque minuti fuori ché si liberasse un tavolo. Il locale era strutturato per essere una piccola sala, con tre o quattro tavolini al massimo, invece era strapieno e finii schiacciata fra due amiche, il tavolo davanti e la finestra-vetrina di dietro. L’atmosfera, poi, seppure richiamasse nell’arredamento una sala da tè, era quella di un bar qualsiasi: ragazzi che parlavano animatamente, risa sguaiate, una fila interminabile per il servizio take-away. Insomma, i catanesi avevano trovato un modo alternativo (e decisamente più costoso) per fare aperitivo.

Comincio a pensare che la causa della scarsità, in Sicilia, di posti dove ci si può semplicemente rilassare sia l’assenza di una cultura della solitudine. Non esistono attività ricreative che non vengano percepite come “anomale” quando si praticano da sole: andare al bar o al ristorante, al cinema, fare una passeggiata, fare sport, andare in discoteca sono tutte cose che devono essere fatte in compagnia. Essendo abituata a viaggiare da sola, mi stupisco sempre quando – tornata in patria – ricevo sguardi di compassione se mi capita di mangiare in un locale da sola o di trattenermi in un bar dopo la consumazione.

La compagnia è una cosa preziosissima, ma a volte può essere una costrizione, soprattutto quando è l’unica forma di divertimento socialmente accettata. Forse, quando lo capiremo, ci saranno delle belle sale da tè anche in Sicilia.

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Unico ricordo fotografico della compianta sala da tè catanese.

 

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