#Venezia73 a caldo

20 film visti, 11 km a piedi percorsi in media al giorno, 24 vaporetti presi, innumerevoli emozioni (e birre). È questo il bilancio della 73ma Mostra del Cinema di Venezia, la mia terza. Probabilmente la più bella finora, quella che ho vissuto più intensamente e che mi ha regalato molte soddisfazioni.

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La cosa più bella dell’arrivare in aereo

Si è partiti col botto con il film di apertura, La La Land (potete leggere la recensione su Atom Heart Magazine), uno di quelli che attendevo con più ansia e paura che potesse deludermi (un musical che ricalca quelli della golden age hollywoodiana e il secondo film di un regista che avrebbe potuto montarsi la testa dopo il successo di Whiplash; il rischio ciofeca era altissimo). I miei dubbi si sono presto dipanati mentre, sullo schermo della sala Darsena, scorrevano le immagini di questo quasi-capolavoro (ho bisogno di almeno un’altra visione per esserne convinta). Delusione che si è invece palesata con La luce sugli oceani (recensione), mèlo di Derek Cianfrance con Michael Fassbender e Alicia Vikander. L’unica gioia è stata vedere il Fassy da vicino per la prima volta, fargli autografare il blu-ray di uno dei miei film preferiti con lui (Frank) e fotografarlo mentre lo autografa. Purtroppo a causa della ressa per lui non sono riuscita a fermare la Vikander, attrice che adoro e che avevo già incontrato l’anno scorso per The Danish Girl, ma per lo meno siamo riusciti a urlarle il nostro amore mentre arrivava per il red carpet (qui il video).

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Michael Fassbender mentre mi benedice

La fiducia nella selezione della Mostra è tornata con i due film successivi in concorso, Arrival Frantz, entrambi amati alla follia come i rispettivi protagonisti. Se per il primo ero già abbastanza sicura della sua buona riuscita, il secondo è stato una vera e propria folgorazione, e non vedo l’ora esca nelle nostre sale il 22 settembre per rivederlo e rivedere il mio futuro marito Pierre Niney.

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Frantz ha *anche* una sceneggiatura

Le sorprese sono continuate con i film fuori concorso e delle altre selezioni, ad esempio con King of the Belgians, esilarante mockumentary presentato nella sezione Orizzonti, e One More Time With Feeling, toccante documentario sulla registrazione dell’ultimo album di Nick Cave, con il miglior uso del 3D che abbia mai visto finora. Un altro documentario che ho apprezzato molto è stato David Lynch: The Art Life, realizzato da tre giovani registi (una delle quali abbiamo scoperto essere la montatrice di uno dei film tedeschi più belli degli ultimi anni, Victoria). Altra sorpresa The Young Pope, la miniserie di Paolo Sorrentino: i primi due episodi, con mio sommo stupore, mi sono piaciuti parecchio, soprattutto perché le “sorrentinate” sono contenute (almeno finora).

Per quanto riguarda i classici restaurati, ho visto per la prima volta Oci Ciornie di Nikita Mikhalkov e l’ho amato (anche se, vedendo la versione cinematografica tornando a casa, ho apprezzato di più quella nonostante il meraviglioso restauro), e ho rivisto Manhattan di Woody Allen con il restauratore presente in sala ed è stata davvero una bella esperienza.

Il concorso è continuato con la visione di The Bad Batch di Ana Lily Amirpour e Voyage of Time di Terrence Malick. Per entrambi ho poco da dire, se non che il primo è a dir poco imbarazzante nella sua affannosa ricerca della trasgressione e dell’unicità che mancano quasi del tutto, e che il secondo è la riproposizione in chiave documentaristica dei temi e delle forme che Malick ci propone incessantemente da Tree of Life in poi. Entrambi o li ami o li odi.

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Terrence Malick a San Marco?

Per quanto riguarda i film italiani, posso dire di aver saltato a pie’ pari (più o meno involontariamente) i tre in concorso, mentre ho apprezzato molto l’opera prima di Marco Danieli, La ragazza del mondo. Interessante il documentario Assalto al cielo di Francesco Munzi.

La seconda settimana della Mostra trascorre alla velocità della luce, lasciandomi in testa un ammasso confuso di film, incontri, chiacchierate, caffè e gelati. Altri film da segnalare, se mai avranno una distribuzione italiana, sono Boys in the Trees, bellissimo esordio dell’australiano Nicholas Verso, un Donnie Darko anni ’90 che ha il potenziale di diventare un cult, e Malaria dell’iraniano Parviz Shahbazi. Da evitare Planetarium di Rebecca Zlotowski e l’imbarazzante anime Gantz:0.

Il “mio” concorso si è concluso con Paradise di Andrej Končalovskij, film per il quale nutrivo grandissime aspettative ma che mi ha in parte deluso per il contrasto tra il virtuosismo tecnico e la banalità della sceneggiatura. Probabilmente avrò bisogno di un’altra visione per rivalutarlo, dato che probabilmente non è il tipo di film da vedere alle otto di mattina con appena quattro ore di sonno.

Fra gli incontri che porterò nel cuore, a parte quelli con i compagni d’avventura da tre anni e le nuove amicizie, ci sono sicuramente quello con Nicolas Winding Refn, Andrew Garfield (che, al contrario di due anni fa, si è dimostrato una persona dolcissima), Aaron Taylor-Johnson, Pierre Niney, il leggendario John Landis e il grande Timothy Spall.

 

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Piccioni seduti su un tavolino dell’Excelsior che riflettono sullo spritz

 

 

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