L’imprevedibile femminismo di 50 Sfumature di Grigio

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Sam Taylor-Johnson è un mito. Non solo perché, a quasi cinquant’anni, è sposata con un figo della madonna (lui) di vent’anni più giovane, ma perché è riuscita a trollare tutti, forse persino la milionaria E.L. James.

Per chi non lo sapesse, Taylor-Johnson è la regista di Cinquanta Sfumature di Grigio, il film-evento dell’anno tratto dal primo volume di una trilogia best-seller mondiale. In poche parole, una sciagura per i “veri” bibliofili e cinefili. Ed è stata proprio la mia avversione verso gli snob a spingermi prima a leggere il libro (abbandonato dopo circa cento pagine perché scritto davvero male), poi a vedere il film, rigorosamente al cinema per osservare la fauna locale e le loro reazioni. Purtroppo, gli snob avevano ragione: il film è oggettivamente brutto, così noioso che non può nemmeno rientrare fra i guilty pleasure, la chimica fra i due è inesistente, e il fatto che sia stato girato bene sminuisce quei (pochi) momenti trash che i non-fan bramavano. Eppure, c’è qualcosa che la critica ha sbagliato ad analizzare, ovvero il presunto sessismo della storia. Intendiamoci, il fatto che molte donne abbiano trovato in Christian Grey il nuovo modello di uomo ideale è preoccupante. Il BDSM non c’entra nulla (e nel film infatti ce n’è pochissimo, perlopiù soft), le pratiche di dominazione di Mr. Grey si estendono ben oltre la sfera sessuale: Christian vuole controllare ogni aspetto della vita di Anastasia, le fa comprare vestiti nuovi, le vende l’auto per regalarle una Ferrari, la rintraccia tramite gps, le piomba in casa mentre lei è fuori e, quando lei rifiuta le sue chiamate, la raggiunge in un altro Stato, tutto ovviamente senza il suo consenso. Insomma, un comportamento da incubo che – secondo i detrattori – viene perdonato solo perché lui è un affascinante miliardario. Probabile, ma il messaggio di fondo è un altro, ed è molto più convenzionale di quanto si pensi: la convinzione che l’amore incondizionato possa cambiare un uomo problematico e violento. Alla fine della trilogia Anastasia ci riesce, ma sappiamo come va a finire la maggior parte delle volte nella vita reale.

Basta questo a rendere 50 Sfumature anti-femminista? Assolutamente no, perché Anastasia Steele gioca un ruolo fondamentale nella storia. Tutt’altro che sottomessa, la nostra eroina non le manda certo a dire al bel Christian, anzi, si mostra infastidita dai suoi comportamenti possessivi e persegue il suo obiettivo – quello di avere una relazione normale con un uomo malato – con determinazione, arrivando fino a negoziare alcuni punti del famigerato contratto di sottomissione, che comunque non firmerà. Il problema è che Anastasia è innamorata di Christian, e la cosa sembra reciproca (sotto la scorza dura si nasconde un uomo tenero, bla bla bla…), e questo nei romanzi porterà all’inevitabile conseguenza di un improbabile lieto fine. Però, Anastasia non è Bella Swan, totalmente succube dell’amore possessivo di Edward il vampiro, e questo è un notevole passo avanti per un’opera che – per quei quattro che ancora non lo sanno – nasce proprio come fan fiction di Twilight.

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Certo, i romanzi non sono privi di passaggi problematici, ed è qui che interviene Sam Taylor-Johnson (forse con la complicità della sceneggiatrice Kelly Marcel). Una delle scene più ridicole del primo volume, a mia memoria, è quando la coinquilina di Anastasia porta la ragazza dall’estetista in vista del primo appuntamento con Christian, e la costringe a depilarsi integralmente “perché oggi agli uomini piace così”. Nel film, invece, la bella Dakota Johnson si mostra naturale non solo nella recitazione: quando Christian la spoglia per la prima volta le si vedono i peli biondi delle cosce, le ascelle evidentemente depilate con il rasoio e – udite, udite – addirittura i peli pubici. Mr. Grey sembra non farci caso, anzi, in una delle scene finali del film le dice che deve imparare a non vergognarsi della sua nudità e ad amare il proprio corpo, una frase così fuori dal personaggio che dubito sia nei libri, perché il Christian Grey del romanzo è quello che – quando Miss Steele gli chiede se è gay – la guarda come se gli avesse chiesto se nel tempo libero uccida bambini (nel film la prende sul ridere), lo stesso che si inferocisce quando Anastasia gli rivela di essere vergine (nel film ha una reazione molto più misurata). Insomma, sembra che Taylor-Johnson abbia voluto riparare il riparabile, narrando la storia il più realisticamente possibile, ovvero come una relazione malsana da cui la protagonista farebbe meglio a fuggire. E infatti, il film si conclude così: dopo aver volontariamente sperimentato fino a che punto può arrivare la perversione di Christian (comunque, sei frustate non mi sembra siano granché per un depravato), Anastasia va via. Sarebbe un finale perfetto, e invece dovremo sorbirci il “vissero felici e contenti dopo anni di abusi fisici e, soprattutto, psicologici”.

Voci insistenti danno Sam Taylor-Johnson prossima all’addio alla regia dei sequel a causa di incompatibilità artistiche con la James (ancora furiosa per il taglio di molte scene di sesso, così come i fan), quindi il primo adattamento rimarrà forse il più dignitoso dei tre. Magari dirigerà un film nel quale la protagonista – chiamiamola Anastasia – chiude definitivamente con le relazioni tossiche e guarisce dalla sindrome della crocerossina, coronando la visione che (implicitamente o esplicitamente, non ci è dato sapere) ha voluto dare a questo film. Visione che, prevedibilmente, ha deluso molte fan della trilogia, le quali hanno visto il loro uomo perfetto sgretolarsi sotto il peso della realtà, come ho potuto notare da uno scambio di battute della coppia seduta davanti a me in sala, non appena finito il film:

Lui: “Poche storie, la vera dominatrice è Anastasia!”

Lei: “No, amore, nel libro non è così, poi nei prossimi lo vedrai…”

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P.S. Con le cinquanta sfumature c’entra poco ma, a proposito di sessismo e Taylor-Johnson, non posso non linkarvi questo video in cui Aaron sfancula aggraziatamente l’intervistatore (italiano, ovviamente) che fa una domanda insulsa alla collega Elizabeth Olsen (al minuto 4:00 c.ca):

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