Costruzione mediatica di un leader

Matteo Salvini è indicato da molti come l’anti-Renzi, e non passa giorno in cui non si senta parlare di lui o non compaia in tv e (un po’ meno) sui giornali. Quasi ci si dimentica che la Lega Nord alle ultime elezioni europee ha preso il 6,16%. Perché, allora, la presenza mediatica del suo segretario è quasi pari a quella del Presidente del Consiglio? La mia risposta è che, in modo differente da qualsiasi altro personaggio politico italiano (e in seguito spiegherò perché), la leadership di Salvini nasce e si regge su una campagna mediatica estremamente efficace e pervasiva, che utilizza prevalentemente la televisione e i social network.

scontrosalvini

Partiamo dalla televisione. È il 2011 quando Letizia Moratti, sindaco uscente di Milano, sceglie Salvini (già europarlamentare, deputato e consigliere comunale) come vicesindaco in caso di rielezione. Sappiamo tutti com’è finita, ma è allora che cominciano le sue ospitate televisive e, di conseguenza, la sua ascesa politca prende un’impennata.
La sua emittente di riferimento è fin da subito La7, che lo invita quasi quotidianamente ai suoi talk-show. Tradizione che continua fino ad oggi, tanto che alle volte il telegiornale di Enrico Mentana sembra un vero e proprio Tg Salvini. Intendiamoci, non c’è nulla di sbagliato in questo, e una rete privata può scegliere di dare (o togliere) voce a questa o quella formazione politica indipendentemente dalla porzione di elettorato che effettivamente rappresenta, anzi, il contrario sarebbe ancora più sbagliato. Inoltre, La7 è l’unica emittente ad aver assunto in modo chiaro un ruolo di opposizione al governo Renzi, e questo, in una situazione dove il Tg1 a tratti ricorda un cinegiornale dell’Istituto Luce, rappresenta perlomeno un contropeso per la pluralità d’informazione. Resta comunque la curiosità di conoscere la ragione di questo feeling particolare. Che si tratti di adesione politica, di un patto di reciproca convenienza, o più semplicemente di una tattica un po’ cinica da parte dell’emittente di creare un personaggio che faccia audience? Fatto sta che la prima legittimazione della sua leadership, prima ancora dell’elezione a segretario federale della Lega, viene proprio dalla televisione.

Per quanto dichiaratamente populista, il suo stile comunicativo è significativamente diverso a quello di Bossi e dei leghisti della “vecchia scuola”, e anche da quello urlato di Grillo. Salvini si presenta come un politico diretto ma ragionevole, non alza mai eccessivamente i toni e – anche quando è impegnato a sciorinare slogan anti-immigrati e anti-euro – rimane piuttosto pacato, e questo fa sicuramente presa sugli spettatori più moderati.

L’altro canale principale della “propaganda” del segretario leghista sono i social network. Diversamente dal premier, che utilizza assiduamente Twitter per raggiungere giornalisti e influencer, il mezzo prediletto da Salvini per le sue comunicazioni è Facebook, dove capta i consensi della famosa pancia del Paese. I suoi post sono sempre al limite della provocazione, e riguardano quasi esclusivamente i “cavalli di battaglia” dell’anti-europeismo e degli immigrati, anche perché il segretario ha l’eccezionale capacità di ridurre tutto lo scibile umano a queste due categorie, semplificando – e spesso strumentalizzando – la realtà, e incitando gli utenti a scrivere commenti terrificanti.
Non fa uso, come Grillo, del click-baiting, né sembra a conoscenza delle strategie dei social media (su Twitter usa l’hashtag #Salvini sui suoi stessi tweet), ma questo non va a scapito della sua immagine, anzi: la sua comunicazione appare spontanea e non programmata, e per questo più autentica e più efficace, non da politico di professione (come in effetti è sempre stato), ma da normale cittadino “incazzato”.

(Fonte: Raccolta statistica di commenti ridondanti)
(Fonte: Raccolta statistica di commenti ridondanti)

Mentre i consensi nei confronti di Salvini crescono in modo esponenziale, la Lega Nord è allo sfascio. Quest’aspetto all’apparenza paradossale non è altro che una conseguenza (e una conferma) della natura esclusivamente mediatica del segretario, ormai più personaggio che politico.

Ma allora, dove sta la novità? Da sempre la politica occupa in modo invasivo i mezzi di comunicazione, spesso con la complicità di questi ultimi o, addirittura, tramite il loro possesso, e quasi tutti i partiti dell’attuale panorama politico sono personalistici. Eppure, il “caso Salvini” presenta dei tratti singolari, innanzitutto perché la Lega Nord sembra essersi quasi dileguata, fra la forte crisi economica interna e la drastica riduzione delle presenze televisive di altri esponenti, con la conseguente perdita di rilevanza mediatica di politici come Cota, Zaia, Tosi, che pur sembravano lanciati verso posizioni di leadership di primo piano. La loro presenza (Cota a parte) è ancora forte nelle amministrazioni locali, ma – appunto – le questioni interne al partito non hanno più rilevanza nazionale.
Soprattutto, però, come ho voluto dimostrare con questo post, Salvini non è un politico che compare (troppo) spesso in televisione come Renzi, ma è diventato un personaggio televisivo che si presta alla politica, da questo punto di vista più simile a Razzi che al premier o a Berlusconi, a dimostrazione di quanto sia ancora forte il ruolo della televisione nella formazione dell’opinione pubblica.

La sua, quindi, è una leadership gonfiata che potrebbe rimpicciolirsi fino a sparire, se venisse a mancare l’appoggio, finora essenziale, del piccolo schermo.

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