Perché amo Paul Thomas Anderson

Questo non è un post da critico cinematografico, né una disquisizione tecnica sui meriti di un grande regista. Questa è una dichiarazione d’amore.

Devo ammettere che sono arrivata tardi ad apprezzare il lavoro di PTA, soprattutto a causa del mio costante pregiudizio nei confronti di chi viene osannato dalla critica come “il nuovo Welles” o “il nuovo Kubrick”. L’aura di snobismo che emana la maggior parte degli autori contemporanei è più forte della curiosità di vedere se quei paragoni siano effettivamente azzeccati. Fino a qualche mese fa, credevo che Anderson facesse parte di quella categoria. Avevo visto spezzoni di Boogie Nights nei primi anni della mia adolescenza, una notte che lo davano in tv, credendo fosse un ritratto pruriginoso dell’industria pornografica, e invece ho capito che era un film serio e ho cambiato canale. Di Magnolia conoscevo solo la scena finale, mentre rimandavo continuamente la visione di There Will Be Blood (mi rifiuto di chiamarlo col titolo italiano, spaventosamente riduttivo) The Master a causa del pregiudizio di cui ho già scritto.

Poi, il 2 febbraio di quest’anno, muore Philip Seymour Hoffman, e io mi chiedo come faccio a definirlo uno dei miei attori preferiti senza aver mai visto quelle che vengono considerate le sue interpretazioni migliori. Così, il pomeriggio seguente, vedo The Master. Questa scena segna il momento esatto in cui mi sono innamorata.

La sera stessa lo danno in tv, lo rivedo. Il giorno dopo, pure. In una settimana recupero gli altri cinque film.

Potrei parlare della sua evoluzione stilistica, o di come la scena finale di There Will Be Blood sia una delle cose più perfette mai viste, o di come sia stato quasi l’unico regista a far recitare bene Tom Cruise (l’altro è stato Ben Stiller in Tropic Thunder), ma – come ho scritto all’inizio – questa è una dichiarazione d’amore.

Quello che rende Paul Thomas Anderson il mio regista preferito è il suo amore profondo per il cinema, tutto il cinema. È lo stesso motivo per il quale ho sempre preferito i Blur agli Oasis: mentre i fratelli Gallagher snobba(va)no con ottuso orgoglio tutta la musica contemporanea a parte i Beatles e sé stessi, Damon Albarn ha sempre rivendicato il suo eclettismo e le influenze nel suo lavoro comprendono generi totalmente diversi, dal blues all’elettronica.
Allo stesso modo, PTA lasciò la scuola di cinema dopo due lezioni, perché la prima frase pronunciata dal docente di sceneggiatura – come racconta lo stesso regista in un’intervista – fu: “Se siete qui per scrivere Terminator 2, siete pregati di abbandonare l’aula immediatamente”.

Non mi sembrava il modo giusto di iniziare. E se io avessi voluto scrivere Terminator 2? E se il mio vicino di banco avesse voluto scriverlo? Era un modo per dire, sai, “Qui scriviamo film seri”. Penso che Terminator 2 sia un gran bel film.

Inoltre, Anderson racconta che la prima consegna datagli fu quella di scrivere una scena senza dialoghi.

Avevo letto questa bellissima sceneggiatura di David Mamet per il film Hoffa…e c’era una scena fantastica dove il personaggio di Danny DeVito doveva cercare di non addormentarsi alla guida, e allora trovava questo metodo di accendersi una sigaretta e lasciarla fino a quando non gli bruciava le dita. Era così perfetta nella sua semplicità, e poi si trattava di Mr. Premio Pulitzer in persona, David Mamet! Quindi presi quella pagina e la copiai per intero nel mio compito. Presi C+. Mi sono ritirato così presto che mi hanno pure restituito la tassa d’iscrizione, non è fantastico?

Con i soldi rimborsatigli dalla scuola di cinema e una somma vinta giocando d’azzardo, PTA realizza il suo primo corto, Cigarettes & Coffee (si trova per intero su YouTube), che entrerà nella selezione di cortometraggi del Sundance e darà l’avvio alla sua carriera.

Ironia della sorte, oggi è diventato uno dei cineasti più acclamati proprio da coloro che, con tutta probabilità, si riconoscerebbero nella frase pronunciata dal docente di sceneggiatura.

È per questo, quindi, che lo amo. Perché è riuscito a distruggere lo schema mentale che avevo di lui e del cinema d’autore contemporaneo in generale, e perché la sua concezione di cinema si trasmette in ogni inquadratura, in ogni fotogramma, in ogni scelta registica.

Benché ricercato e complesso, il cinema di Paul Thomas Anderson è umano, e questo lo rende – ai miei occhi – uno dei più grandi registi di sempre.

cover1300

P.S. E poi c’ha gli occhi verdi e la faccia pucciosa, ma questa è un’altra storia.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s