Gattini.

Continuano le recensioni dai titoli creativi. Oggi scrivo di Inside Llewyn Davis, il nuovo film di Joel ed Ethan Coen, nelle sale italiane con il (bruttissimo) titolo A proposito di Davis.

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(La recensione contiene spoiler minori)

Il film è ispirato alla vita di Dave Van Ronk, uno dei maggiori esponenti della scena folk newyorkese prima che il genere diventasse mainstream con l’avvento di Bob Dylan (di cui Van Ronk fu caro amico), e il titolo stesso cita uno degli album del musicista, Inside Dave Van Ronk (un altro motivo per cui in italiano non andava tradotto). Il protagonista è un outsider senza fissa dimora che vive in modo precario dal punto di vista economico, relazionale e sentimentale, in attesa del successo discografico che sembra non arrivare mai.

Inside Llewyn Davis è una canzone folk tradotta sullo schermo: delicata ed intensa, divertente e malinconica, la narrazione si sviluppa per mood contrastanti che nell’insieme formano un’armonia perfetta, anche grazie ad una meravigliosa soundtrack curata da T-Bone Burnett Marcus Mumford, una fotografia opaca dai colori tenui e freddi (che gli è valsa l’unica nomination importante agli Oscar, oltre quella per il missaggio sonoro) e la magistrale interpretazione di Oscar Isaac, che porta in vita un personaggio a tutto tondo, con i suoi (pochi, oltre il talento musicale) pregi e i suoi (innumerevoli) difetti.

Il tocco dei fratelli Coen è inconfondibile, specialmente nei dialoghi dolce-amari e negli originali escamotage narrativi, come quello del gatto, a tutti gli effetti il co-protagonista e allo stesso tempo una metafora del protagonista stesso.

“Llewyn is the cat”, dice la segretaria di Mitch Gorfein per telefono, capendo male il messaggio di Davis (“Llewyn has the cat”). Ed è proprio il nome del gatto, Ulisse, la chiave d’intepretazione dell’intero film: Llewyn Davis è come un gatto randagio che vagabonda di casa in casa senza legarsi a nessuno, e più che l’eroe omerico che ritorna in patria dopo un lungo e avventuroso viaggio, ricorda l’antieroe dalla vita banale e routinaria dell’omonimo romanzo di Joyce.

Purtroppo, la regia non è abbastanza vibrante, il montaggio non è frenetico, i dialoghi sono troppo realistici, la recitazione di Isaac non è per niente sopra le righe, ma – soprattutto – non c’è Jennifer Lawrence, quindi la giuria dell’Academy non ha ritenuto questo film degno di essere nominato per le statuette più importanti.

Questo, però, non può sminuire la validità di un’opera all’apparenza semplice ma che cela al suo interno un universo allegorico, come solo un film d’autore o una canzone folk sanno fare.

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