Di capitali, caffè e biscottini.

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Ieri sono andata a vedere Il Capitale Umano di Paolo Virzì. Come sempre quando si tratta di film italiani, ero molto prevenuta (l’unica certezza che avevo nel cinema italiano era Sorrentino, ma dopo il “tradimento” de La Grande Bellezza non mi fido più di nessuno). Nei trenta minuti (trenta) di pubblicità che hanno preceduto il film, una parata infinita di trailer quasi esclusivamente di produzioni italiane, che di certo non hanno contribuito a mitigare la sensazione che il nostro cinema sia ormai alla deriva, inesorabilmente privo di idee e di attori di qualità.

Poi è iniziato il film.

Raramente ho visto film italiani così curati dal punto di vista tecnico, con una direzione attenta e meticolosa, una sceneggiatura quasi priva di imperfezioni ed una recitazione di altissimo livello. Ammetto di aver snobbato Virzì per parecchio tempo, e ho trovato quei suoi pochi film che ho visto (Caterina va in città, My Name Is Tanino, N – Io e Napoleone) molto gradevoli ma niente di più.

Il Capitale Umano è un film che cattura dal primo all’ultimo minuto: la denuncia sociale c’è, ed è forte, ma non si sviluppa a scapito della funzione artistica del film, cosa che invece accade spesso nel cinema impegnato di oggi. La decisione di dividere la narrazione in capitoli, così da seguire gli stessi avvenimenti dal punto di vista di tre dei protagonisti, è un espediente non originale ma comunque geniale che permette di cogliere tutte le diverse sfumature dei vari personaggi, oltre che di scoprire di volta in volta cosa si cela dietro le apparenze.

Ma a fare davvero la differenza è la recitazione. Nella sfilza di trailer italiani che il multisala ha deciso di propinarci prima del film, quello che deprimeva di più, oltre agli intrecci banalissimi e alle battute trite e ritrite, erano gli attori: film con Claudio Bisio che fa Claudio Bisio, film con Verdone che fa Verdone e la Cortellesi che fa la Cortellesi. Chiamateli attori caratteristi, chiamatele macchiette, fatto sta che l’Italia è piena zeppa di interpreti – alcuni anche bravi – che non riescono a dare vita a personaggi a tutto tondo (spesso anche a causa di una regia superficiale o di una cattiva sceneggiatura) e vengono scelti sempre per i soliti ruoli (gli anglofoni lo chiamano typecasting), e quella magia del grande schermo, che ti permette di vedere il personaggio e non l’attore, non avviene quasi mai.

Ne Il Capitale Umano l’incantesimo funziona perfettamente: non esistono più gli ottimi Fabrizio Bentivoglio, Valeria Bruni Tedeschi e Fabrizio Gifuni, ma Dino Ossi e i coniugi Bernaschi. Anche Valeria Golino, attrice che personalmente non ho mai apprezzato, scompare, e al suo posto c’è la premurosa psicologa Roberta Morelli. Alla magia contribuiscono anche i bravissimi giovani interpreti, volti semi-sconosciuti, ed in particolare l’incantevole Matilde Gioli al suo debutto cinematografico, di un’intensità e spontaneità disarmanti.

In conclusione, l’ultima opera di Virzì va vista, rivista, studiata ed amata. Le polemiche sono assurde e strumentali, e anche se il regista avesse detto qualcosa di offensivo sui luoghi dove il film è ambientato, questo non potrebbe assolutamente invalidare la qualità di un film magnifico, uno dei migliori degli ultimi anni.

E badate, non ho detto italiano.

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