Il dibattito politico in Italia non serve a niente.

Ci siamo abituati ad una concezione del dibattito politico fatto solo di slogan, di frasi urlate e poco ragionate, di estrema semplificazione della realtà, dove ognuno deve far valere la propria idea a tutti i costi e nessuno è disposto ad ascoltare le ragioni dell’altro. E questo non solo nei luoghi istituzionali, ma anche nelle chiacchiere da bar diventate chiacchiere sui social network.
Ci lamentiamo tanto dei politici ma alla fine utilizziamo il loro linguaggio ed i loro stessi strumenti per analizzare la realtà. E se loro sono giustificati ad usare la semplificazione e gli slogan al fine di convincere (anche se quest’uso dovrebbe essere limitato alla campagna elettorale), non c’è nessuna scusa per chi, da libero cittadino, si chiude nei propri schemi mentali e rifiuta di vedere la realtà in modo più complesso da come appare sui servizi dei talk show o sui link di Facebook.

I giornalisti, in questo campo, non sono più documentatori di fatti né tantomeno cercatori di verità, anzi, in questa semplificazione generalizzata ci sguazzano e talvolta alimentano la disinformazione perché tifano per una parte o per l’altra.

Un esempio emblematico di quest’imbarbarimento del dibattito pubblico è la campagna referendaria del 2011. Come tutti ricorderanno, i quesiti erano quattro: il primo riguardante la gestione privata dei servizi pubblici locali, il secondo sulle tariffe del servizio idrico integrato, il terzo sulla produzione di energia nucleare e l’ultimo sul legittimo impedimento. Tutti temi cari all’opinione pubblica che hanno portato ad una massiccia partecipazione, e di conseguenza al raggiungimento del quorum ed alla vittoria del “Sì”. Ma com’è avvenuta questa vittoria? Prendiamo il primo quesito, che a mio avviso è stato quello soggetto ad un vero e proprio processo di disinformazione: una legge che stabiliva l’entrata dei privati e garantiva la trasparenza nella gestione del servizio idrico, infliggendo un duro colpo ai carrozzoni e al clientelismo, è diventata una legge contro l’acqua pubblica. I comitati promotori hanno svolto – legittimamente – la propria azione di convincimento tramite la semplificazione. Il problema è che questa estrema semplificazione è stata adottata automaticamente anche nel dibattito pubblico, con la complicità dei media ed a causa di un’opposizione troppo debole e minoritaria. La destra maggioritaria liquidò il tutto definendo i quesiti una scusa per indire un referendum contro Berlusconi.
I risultati di quel referendum vittorioso non si sono ancora visti, dato che la formulazione maldestra dei quesiti ha portato ad una situazione di stallo.

Per spostarci su temi di maggiore attualità, un altro esempio è rappresentato dall’acceso dibattito sull’immigrazione: tutti, politici e cittadini, sembrano avere un’opinione chiara sull’immigrazione, sugli effetti delle leggi che la regolano, salvo poi scoprire che non hanno la più pallida idea della realtà – giuridica e sociale – dei fatti. Ad esempio, pochi sanno che la legge Bossi-Fini del 2002 non prevede il reato di clandestinità, introdotto nel 2009. Lo stesso reato di clandestinità non comporta il carcere ma una pena pecuniaria, mentre il carcere per gli irregolari viene introdotto nel 2002. Nessuna delle due leggi punisce il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, perché la misura era già inserita nella legge Turco-Napolitano del 1998, e che comunque non viene applicata nelle attività di assistenza, quindi i pescatori che salvano gli immigrati sui barconi che affondano non rischiano sanzioni.
Si potrebbe obiettare che anche se si specificassero le date dell’entrata in vigore delle singole leggi, nei fatti non cambierebbe nulla, ed in sostanza è così, ma poi si dovrebbe spiegare ai cittadini perché, ad esempio, con l’abrogazione del reato di clandestinità gli immigrati irregolari continuano ad andare in carcere.

In conclusione, penso che il dibattito politico così com’è non serva a niente se non a confondere, disinformare e polarizzare l’opinione pubblica, nonché a scambiare per partecipazione politica attiva la semplice opinione scambiata su Twitter e Facebook o la firma all’ennesimo appello di MicroMega.

Per approfondire:

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